“Richiesta di soccorso” – racconto ospite

A quanto pare ultimamente sta girando un terribile virus. Questo pericoloso nemico della salute umana è particolarmente subdolo, perché può essere contratto in vari modi: per via orale, ma anche cartacea o digitale. Questo virus crea delle strane idee nella testa di soggetti ospitanti, idee di mondi lontani, di protagonisti, situazioni, vicende. Queste idee si accumulano nella testa, e l’organismo per reazione cerca di espellerle sotto varia forma: sfregando matite su lastre di cellulosa, oppure colpendo violentemente e ripetutamente i tasti di un dispositivo elettronico. Si suppone che debba comunque esserci una predisposizione del paziente a contrarre la malattia, che talvolta rimane asintomatica, latente anche per anni in soggetti portatori sani. Qualcuno mi ha infettato, ma la mia forma non è ancora così acuta. Però è abbastanza grave da contagiare qualcuno. Così, un caro amico e collega, dopo aver letto customer satisfaction, ha contratto il virus, che si è subito manifestato con un forte attacco. Oggi vi riporto i frutti di questo attacco, sicuro che questa terapia palliativa non lo porterà a guarire, ma almeno ad allentare la pressione di idee che cresce nella sua testa, così da fare spazio a quelle successive.

Di seguito “Richiesta di soccorso”, di Bishop75, che ospito sul mio blog molto volentieri.

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Jonah non riusciva ad abituarsi a quei bagliori bluastri che trasformavano la notte nel deserto in un inquietante palcoscenico per la danza del plasma solare. Aurore tanto affascinanti quanto letali… Erano passati ormai quasi 250 anni da quando il Sole aveva abbandonato la fase di stabilità e si stava trasformando in una Gigante rossa, e lui era abituato a vederle nei monitor di Solaria, al sicuro sotto la superficie terrestre. “È ora di tornare Jonah!” disse Hope trascinando dietro di sé una slitta che trasportava le batterie recuperate dal relitto di un drone scout delle forze di sicurezza e contenimento di Solaria. “Jonah! Manca poco e ne arriverà un altro! Non possiamo fare niente per loro, solo resistere! Muoviti!”.

Resistere…resistere…Jonah con ancora in braccio il blaster con cui aveva disattivato il drone, sentiva rimbombare quella parola…resistere. Non riusciva a distogliere lo sguardo dai corpi che non era riuscito a salvare, molti bambini innocenti, o meglio a detta del governo di Solaria colpevoli di esser stati concepiti e nascosti al piano di contenimento demografico. “Andiamo Jonah” disse Hope prendendolo per un braccio “andiamo…”.

Erano le grotte i loro rifugi, lì una piccola comunità di ribelli era al riparo dalle radiazioni.  I droni non potevano rilevarli e soprattutto, non potevano rilevare il chip che registrava ogni essere vivente sul pianeta e che avrebbe segnalato la sua posizione non appena raggiunti i 50 anni. Col tempo erano riusciti a capire come rimuoverli ma ben presto Solaria iniziò a programmare i droni per catturare qualsiasi forma di vita senza il chip. L’estinzione degli animali rendeva facile il lavoro di rilevazione traccia ir.

La vita sul pianeta iniziò a risentire dell’instabilità solare già dopo i primi 50 anni di attività. Ben presto inziò l’estinzione di massa dei primi animali, un mix tra aumento delle temperature e delle radiazioni ionizzanti. Dopo toccò alle piante e all’uomo. Ogni passo avanti della civiltà umana iniziò a barcollare, gli impulsi solari e le costanti aurore mandarono in tilt ogni strumento elettronico non schermato. Solo le tecnologie militari più sofisticate riuscirono a sopravvivere, tecnologie nate per resistere agli EMP, ben presto fu il caos. L’implosione della civiltà umana fu chiara a tutti con la fine dei collegamenti satellitari e del gps, la fine del loro funzionamento scosse la popolazione più del razionamento della carne e l’estinzione delle prime specie animali.

L’incremento delle temperature aveva causato lo scioglimento delle calotte polari, gran parte del pianeta giaceva ormai sotto il livello del mare e alla fine di questo processo rimasero soltanto poche comunità che vivevano sotto le calotte protettive destinate a mantenere in vita le comunità minerarie di Mercurio…ormai abbandonato da tempo. La vita si era spostata momentaneamente su Marte col quale pare si fossero perduti i contatti da oltre 70 anni. Abbandonati al proprio destino, aggrappati alla vita al momento garantita dalle cupole, i governi sopravvissuti avevano deciso che l’unica soluzione era quella di contenere la popolazione “terminandola” a 50 anni.

Fu però subito chiaro che le elite governanti ed i militari su cui poggiavano gran parte delle basi del loro potere non rispettavano tale limite. Presto nacque una resistenza che abbandono la cupola e si rifugiò nel sottosuolo sfruttando la vasta regione mineraria. Jonah e Hope facevano parte di una delle tante squadre di estrazione civili ribelli dalla cupola. Quella notte avevano fallito.

La città sotterranea si raggiungeva dopo aver attraversato lunghi tunnel che si diramavano verso i vari distretti che componevano la comunità ribelle. Jonah e Hope abitavano nel distretto scientifico dove si occupavano della sicurezza interna, in tale distretto era riposta la speranza di poter fuggire dal pianeta morente. Gli ingegneri stavano da tempo lavorando alla realizzazione di una piccola unità spaziale che potesse lasciare il pianeta verso Marte o le colonie orbitanti attorno Saturno in cerca di aiuto, Arcadya sarebbe stato il suo nome. Utilizzare le radio era pressoché inutile, la potenza necessaria a superare le tempeste magnetiche ed il rumore di fondo solare avrebbe sicuramente attirato l’attenzione delle cupole. Non potevano scoprire di nuovo la posizione della comunità, l’ultima volta fu una strage e andarono perdute parte degli sviluppi della navicella.

“Porta ai laboratori le batterie recuperate e poi vai a farti sostituire quel braccio Hope, io vado a fare rapporto” disse Jonah osservando con apprensione i cavi ed i circuiti che uscivano dallo squarcio annerito dell’avambraccio destro di Hope. Jonah teneva tantissimo al suo compagno di lavoro, ne avevano passate tante e non era come le altre unità H-Ope di supporto al combattimento in ambienti estremi. Era un vecchio modello, l’ultimo attivo dei 75 robot trovati anni fa in un vecchio deposito sotterraneo dell’esercito, Probabilmente un carico per Mercurio. Jonah grazie ai suoi studi in informatica ed A.I. era riuscito dopo svariati tentativi che lo avevano costretto a disattivarlo e mandarlo in “assistenza” a renderlo più umano e adatto alle sue missioni di recupero al limite del suicidio. Le altre unità di supporto più sofisticate lo avrebbero bloccato per evitare che ci lasciasse le penne.

Jonah bussò alla porta del comandante Fear. “Jonah accomodati, ve la siete vista brutta mi hanno detto” disse alzandosi in piedi. “Continuano a seguire da lontano i fuggitivi ed a farsi vivi non appena entriamo in contatto con loro. Tutti uccisi, 7 bambini e 5 adulti. Grazie a Hope non sono nella lista…” disse Jonah appoggiandosi al muro. “Forse sarebbe stato meglio…”continuò Jonah “sono anni che aspetto di poter partire con Arcadya, sono stufo di questa merda”. “Siamo a buon punto Jonah, davvero. Il nucleo energetico è stabile adesso, e farti ammazzare adesso non sarebbe una bella idea” disse Fear mostrandosi un video dei test della navicella. “Siamo l’ultimo baluardo tra i superstiti terrestri e la follia di Solaria. Non possiamo abbandonare donne e bambini al loro destino, e soprattutto se è vero quanto le nostre spie stanno riportando dobbiamo avvisare le colonie extraterrestri del pericolo Solariano” continuò Fear lanciando a Jonah altri rapporti ricevuti.

Jonah lesse attentamente, uno, due, tre rapporti…tutti riportavano in modo diverso la stessa notizia. Al riparo della cupola le ricerche di bioingegneria e robotica dei militari pare avessero portato alla creazione di qualcosa di pericoloso, un ibrido. Inoltre alcuni informatori riportano notizie di dubbi sull’effettiva sorte delle persone al compimento dei 50 anni. Qualcosa di oscuro e peggiore dell’esecuzione forse stava avvenendo al di sotto della cupola protettiva.

Otto mesi dopo Arcadya col suo carico di speranza stava attraversando gli ultimi strati dell’atmosfera terrestre. Un mese prima l’intera comunità ribelle si era trasferita in un’altra zona sotterranea, circa 3500 km più a sud. Erano rimasti nella base di lancio soltanto l’equipaggio e pochi tecnici necessari alle attività di terra, una volta terminato il lancio sarebbero scappati verso Ovest per poi riunirsi presso la nuova area scelta dalla comunità evacuata a Sud. Non si sarebbero mossi di un metro però, come previsto 7 minuti dopo il lancio alcune testate nucleari colpirono le coordinate dell’area di lancio…

“Rotta per Marte acquisita” disse il computer di bordo mentre Jonah slacciava le cinture di sicurezza e si affacciava dall’oblò per vedere un’ultima volta la terra.

Concorso #Noiumani: Menzione d’onore per Customer Satisfaction!

 

cucina-itadakimasuCari lettoridelmattino,
è con somma soddisfazione che vi segnalo che il mio racconto Customer Satisfaction ha avuto la menzione d’onore al concorso di fantascienza #noiumani.
Sui circa 160 racconti in gara, Customer Satisfaction è arrivato ben 12esimo, quindi a due posti dalla pubblicazione nell’antologia (che purtroppo, per volere dei curatori, è stata ridotta per l’appunto da 15 a 10 opere …pazienza…).
Il racconto inoltre è stato letto più di 500  volte (!), nonché votato e commentato molto positivamente. Un bel risultato assolutamente da festeggiare, che incoraggia chi come me si mette in gioco con le proprie idee e le proprie creazioni. Sicuramente sarà un bello stimolo per andare avanti con il racconto “Contatto Zero”, a cui sto dedicando gli scampoli di tempo che il resto della vita mi lascia a disposizione.

Dunque un “grazie!” a tutti coloro che lo hanno letto, a chi mi ha votato e commentato. Spero vivamente di essere riuscito a trasmettervi le emozioni e le sensazioni che ho tentato di infondere nella storia di Mike e Sheila e del piccolo Kenny (che proprio non riesco a chiamare con l’appellativo di “figlio“).

Voglio in qualche modo contraccambiare con alcune segnalazioni tra i 10+5 vincitori di #noiumani. In questi giorni avevo letto alcuni dei racconti che poi si sono rivelati tra i migliori. Non vi posso esprimere un’opinione su ciò che non ho letto, ma posso dirvi che ho trovato validi i seguenti due titoli:

  • The Other You , per l’ottimo equilibrio tra i personaggi e gli eventi di contesto
  • Il terzo contatto, per la tensione drammatica che fa risuonare le corde emotive del lettore.

Un saluto e un arrivederci al prossimo post dal vostro bloggerdelmattino.

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Marco e la coccinella

Eccovi una breve storia, una piccola fiaba triste, su come a volte ciò che noi riteniamo possa essere il bene per qualcuno non necessariamente lo sia.

C’era una volta un bambino di nome Marco che viveva in una casa con giardino. Era un bel giardino, pieno di fiori, piante ed alberi. Un giorno Marco, mentre giocava in giardino, trovò una coccinella e la portò in casa . La portò con sé, la mise in una scatolina e le diede da mangiare. E la coccinella ringraziò Marco. E così il giorno seguente ed il giorno successivo. Ma alla fine del terzo giorno la coccinella stava male e Marco le chiese: “Coccinella, che cos’hai? Stai male?” E la coccinella rispose: “Caro Marco, tu sei stato buono con me, mi hai portato a casa tua, mi hai dato da mangiare e mi hai tenuto con te. Però io così non ho potuto più volare nei prati verdi e trovare una coccinella femmina e fare insieme a lei le uova, per far nascere tante piccole coccinelle.” Marco, dispiaciuto, le rispose: “Allora, coccinella, da domani ti porterò in giardino e potrai volare nei prati verdi e trovare una coccinella femmina, e con lei fare tante uova. E quando vorrai, mi tornerai a trovare”. La coccinella rispose triste: “Caro Marco, ti ringrazio, ma purtroppo io domani non ci sarò più. Non lo sai che le coccinelle vivono solo tre giorni?”

summagallicana.it
(immagine da summagallicana.it)

Il dilemma del cane

Il racconto che vi propongo oggi è una sorta di esperimento: narrazione in tempo presente (solitamente il passato remoto è più nelle mie corde) e soprattutto, in seconda persona. La seconda persona è poco usata in narrativa. Per lo più gli scrittori prediligono la prima, narrando gli avvenimenti in soggettiva o pseudo soggettiva, secondo il punto di vista di uno o più personaggi, magari sotto forma di diario – come ad esempio il Dracula di Bram Stoker. Oppure in terza persona, il punto di vista del narratore esterno e onnisciente. Le seconda persona invece è estremamente rara in letteratura. É una forma piuttosto singolare, nella quale il narratore racconta al lettore immedesimato nel personaggio che cosa sente, cosa pensa e cosa fa. C’è però un tipo di narrazione che fa uso abbondante della seconda persona, ovvero la narrazione di un master in un gioco di ruolo. In quel caso il narratore descrive le situazioni e gli accadimenti come vengono percepiti dai personaggi. In quel contesto è molto funzionale, e in ogni caso si alterna alle narrazioni in prima persona dei vari giocatori (e talvolta anche in terza persona).

Ma in un racconto la seconda persona suona alquanto strana. In principio il lettore è un po’ disorientato, poichè si trova un testo che si rivolge ad un lui che non è lui. Ma la chiave della seconda persona è la complicità. Un autore che scrive in seconda persona ti chiede di fidarti di lui: la storia ti propone esplicitamente di immaginare delle sensazioni diverse dalle tue, in un contesto diverso dal tuo, con delle idee ed esperienze che apprendi man mano di aver vissuto. É un po’ più faticosa per il lettore, perchè richiede questa complicità. Però alla fine, se si crea questo “patto”, se il lettore accetta di farsi condurre lungo questi binari ignoti, crea un trasporto piacevole ed intrigante. Nel racconto che segue ho fatto questo esperimento, e devo dire che le mie perplessità iniziali si sono dissolte man mano. In fin dei conti credevo molto peggio.

Quindi vi lascio alla lettura di questo piccolo nuovo racconto, che voglio dedicare a tutti coloro che, pur amando e rispettando gli animali, non perdono di vista il rispetto ed il valore della vita umana.

96af7768cc8e9825f9d1207082e14a57Non è stata una buona giornata. Una di quelle giornate partite storte e continuate ancora peggio. Lo scaldabagno rotto era già un minaccioso invito a tornare sotto le coperte, ma tu hai voluto comunque andare a lavoro. E poi la notizia del meccanico: il cambio è andato! A lavoro, la discussione col collega, che si dichiarava tanto buono verso il prossimo, ma poi accettava come cosa normale la sofferenza degli animali negli allevamenti-lager. Per un attimo avresti quasi voluto vedere lui a fare la vita di quei poveri maiali, lui che, grasso e unto in ogni stagione, aveva una inconsapevole affinità con i suini di cui faceva gran consumo! Così, sulla via di casa, hai deciso di fermarti al pub per affogare gli eventi nefasti del giorno in una pinta di Guinness. Peccato che la suddetta giornata non era ancora finita ed avrebbe avuto ancora un paio di occasioni per peggiorare. Come per esempio la pioggia.

Così, adesso ti ritrovi a camminare, schiaffeggiato dalla pioggia, con la Guinness nel sangue che mette un po’ di ebbrezza in ogni tuo passo. E mentre i piedi avanzano con un ritmo proprio, la testa vaga altrove, alla ricerca di un’idea di ombrello marrone nascosto nel bagagliaio di un auto, a sua volta parcheggiata sul ponte di un’officina chiusa da almeno un paio d’ore. E dire che ci avevi anche pensato: “ma no! Tanto oggi c’è il sole, poi finisce che lo lascio da qualche parte!”. Ed ora sei costretto ad arrangiarti con uno striminzito berretto di cotone. Per fortuna la strada per casa non è lunga. O almeno non lo sarebbe senza la pioggia. Per di più ti stupisci, perchè qualche anno fa non avresti accusato tutti questi effetti per una singola pinta di birra. Mentre cammini con la testa rincalcata nel colletto del giubbotto estivo, cogli di sfuggita il messaggio di un cartellone pubblicitario: “Quinto: Non Uccidere!”. Il comandamento campeggia sopra una mucca crocifissa con tanto di corona di spine, mentre il logo PETA firma il manifesto nel’angolo in basso a destra. Sorridi per una campagna così d’effetto, in grado di veicolare un messaggio per te così importante, e ti chiedi se ci sono altri cartelloni ispirati ad altre religioni, oltre che al cristianesimo.

Sorridi, anche perchè sei particolarmente sensibile all’argomento: vegetariano da otto anni, vegano da due, ti sei sempre battuto per la salvaguardia degli animali, talvolta anche in prima persona, e sei sempre più convinto che, più conosci gli umini e più ami gli animali, ritenendoli molto più degni di amore e compassione rispetto a tante persone. Procedi di buon passo assorto nei tuoi pensieri, la pioggia nel frattempo sembra calare di intensità. Dietro di te il rumore di una macchina in avvicinamento, forse un po’ troppo veloce: la visibilità è ridotta e poco più avanti sai che c’è un attraversamento pedonale. Ed eccoti, inconsapevole, al tuo appuntamento col destino. Così, la scena che prende forma davanti a te. In una frazione di secondo intuisci il pericolo prima che accada: il cane, un golden retreiver di qualche anno più vecchio del tuo Ercole , che scappa attraversando la strada, con dietro il bambino con la mantella rossa acetata, e la macchina che, a tutta velocità, scorre al tuo fianco sollevaando un’onda d’acqua verso di te. Come in una sequenza a rallentatore, il tuo cervello pensa veloce, cerca di convincersi che il cane ed il bambino non siano sulla traiettoria della vettura, ma questa incede inesorabile, mentre un brivido ti fa drizzare tutti i peli impregnati d’acqua, a partire dalle braccia fino alla cima della testa e la voce non fa in tempo ad uscire dalla tua gola. Il tempo rallenta ancora, il cane ed il bambino sono impietriti davanti ai fanali, la pioggia rallenta la sua caduta, la vettura tenta di frenare, sbanda un po’, rallenta…e si ferma. Ma non solo lei: tutto attorno a te è immobile. Il tempo ha smesso di scorrere.

Esterrefatto, rimani paralizzato anche tu per qualche istante, ma poi ti addentri confuso in quella scena surreale: La pioggia, il bambino col cane, la vettura, l’onda di acqua sollevata dalle ruote in aquaplaning: tutto è congelato in un’istantanea della realtà; tutto tranne te… e la voce alle tue spalle.

Morte grigia

Sono io la Morte e porto corona” avanza la voce con passi da burattino. “Io son di tutti voi Signora e Padrona. E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare. E dell’Oscura Morte al passo andare.

Un brivido di freddo ti percorre la schiena fin dentro le vertebre. L’inverno stesso scorre nel tuo canale midollare. Alta più di due metri, manto nero come la tenebra, volto e arti scheletrici: davanti a te proprio Lei: la Nera Mietitrice, nella sua rappresentazione più classica Nord-Europea, se non fosse per quegli occhi senza palpebre che ti scrutano l’animo. É così reale, così palese, che neanche ti chiedi se stai sognando.

Li animalii sono melio delli homini”. Sentenzia quella mandibola senza lingua nè corde vocali, leggendo da una gialla pergamena. “Melio che muoia un homine tosto che un canide”; “La razza umana tutta farebbe melio ad estinguersi”; “senza lo cane mio morrei”; “est uno membro della mia familia al pari di tutti li altri”; “insegnerò a lo mio figliuolo a fidarsi più delli animali che delli homini”; “li animali donanti l’alma, li homini la menzogna”; “se perisce una persona forse un po’ mi rattristo, dipende chi è costui, ma se perisce un animale per me est una tragedia.Favelle ch’appartengono alla lingua tua, nevvero?

Deglutisci a fatica e poi rispondi ammettendo con un cenno del capo: sai che è impossibile mentire a quegli occhi scrutatori.

Vieni meco.”

La Morte ti passa a fianco e tu la segui, avvicinandoti al cane ed al bambino.

Ordunque ego comando. Hodie ego investo tibi dello fardello della responsabilità. Stanotte qualcuno ha da perire. Orsù, scegli! Lo canide o lo fanciullo?

La Nera Signora indica la scena con la sua ossuta mano.

Atterrito dalla scelta, ti volgi verso la Morte. In quel momento il tempo fa uno scatto: la macchina avanza d’improvviso di qualche centimetro, le gocce, sospese a mezz’aria, scendono di altrettanto.

“Che succede, adesso?” chiedi allarmato.

Lo tempo indomito est. Vuole tornare a incedere. Orsù decidi.

Esiti, osservi la scena. Nonostante la tua etica animalista, stai per sacrificare il cane, ma poi, osservandolo bene, ti accorgi che quel golden retreiver assomiglia proprio tanto al tuo Ercole. Troppo. Persino nella medaglietta…

“Non è possibile! Questo no, diamine! Quello è il mio Ercole! Non è giusto!”

Iustitia non est lo rolo meo. Ego non iudico. Ego mieto l’anime tutte, belle o brutte che siano.

Esiti, non te la senti di scegliere il bambino. Ma non riesci neanche a sacrificare Ercole, il tuo Ercole, il cane che quest’estate in campagna ti ha salvato la vita prendendosi un morso di vipera al posto tuo. Che corsa per salvarlo! “No, non ce la faccio, sono troppo affezionato a quel cane. E poi gli devo la vita, non lo posso condannare così.”

Ergo scegli ’l infante?

“No!” Guardi il bambino mosso a compassione, poi ispezioni rapidamente la scena, cercando una soluzione al dilemma. La attraversi in toto, ribaltando la tua visuale. In quel momento il tempo ha un altro sussulto, ed un terzo, e poi comincia a scorrere, seppur in maniera estremamente lenta. Capisci che la Morte non lo tratterrà ancora per molto.

Decidi! Tempus fugit!” Ti esorta la Nera Signora, estraendo una sinistra clessidra da sotto le vesti logore. E lì vieni colto da un lampo di genio: una strategia per gabbar la Morte.

“Aspetta! Forse c’è un’altra soluzione: tu dici che deve morire qualcuno. Ebbene, può morire il conducente dell’auto. In fondo ha vissuto già di più del bambino, magari è uno che la sera torna a casa ubriaco e picchia la moglie, o che spreca acqua a fiumi e la domenica cuoce carcasse di animali sul barbecue per mangiarli . E poi in fondo questa situazione è colpa sua, che doveva stare più attento e non correre così sotto la pioggia. È lui alla guida. Sì può fare, Morte?”

La Morte tace per qualche secondo, come se riflettesse.

E sia!

La pioggia torna a cadere, l’onda dell’acquaplanning riparte per la sua corsa verso il marciapiede. La macchina punta il bambino, il cane lo spinge via e si mette nel mezzo, la macchina tenta di schivarlo, lo colpisce di striscio, porta via un idrante e si schianta sul palo subito alle tue spalle, attraversandoti come se fosti incorporeo. Il conducente viene sbalzato attraverso il parabrezza, ed a quel punto il tuo volto sbianca di paura: l’uomo che ha sfondato il cristallo col cranio, l’uomo che gronda sangue dalla fronte e che ha la faccia tumefatta dall’impatto sei inequivocabilmente tu, anche se con qualche anno in più. Col tuo alter ego morente a pochi centimetri da te, ti giri verso la Morte come dicendo “Che diavolo significa!?! Bastarda! Questo non me l’avevi detto!!!”

Tu hai scelto lo conducente. Tu hai scelto chi debba perire.

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“PAPAAAAA’!”

Un grido trancia la tua risposta: il bambino nel frattempo è corso verso la macchina: ha riconosciuto suo padre nel guidatore morente. Nel tuo alter ego di qualche anno più vecchio. Capisci che non soltanto quel cane è Ercole tra qualche anno, e il guidatore morente sei tu tra qualche anno, ma anche il bambino è tuo figlio tra qualche anno! Le lacrime sgorgano dai tuoi occhi incorporei.

“Ti prego, Morte,” implori “fai morire Ercole! Fai morire il cane!” Il pensiero che tuo figlio dovrà crescere orfano è un fardello troppo grande per te.

Taci! Non è più tempo che tu ti pronunci!

Il panico ti sale dalla bocca dello stomaco verso la testa e le altre periferie del tuo corpo. Intanto il bimbo ha visto che anche il suo cane è a terra immobile. La pioggia rallenta di nuovo, così come lo zampillo dell’idrante divelto. La Morte va incontro al bambino. Il piccolo è palesemente scosso, ma la guarda negli occhi di fuoco piangendo.

La Morte: “Lo genitore tuo ha compiuto la sua scelta, ed ha preferito rinunciare ad una vita d’homine, la sua medesima, per salvare quella del canide. Ma l’ultima decisione est la tua. Scegli: l’homo o il canide?

Il bambino vede il tuo alter ego morente sul cofano della macchina e vede il cane accasciato sull’asfalto bagnato.

“Papà dice sempre che gli animali sono meglio delle persone,” risponde il bambino in lacrime, gli angoli della bocca contorti verso il basso “che i cani non tradiscono, e che è meglio se muore un uomo invece che un cane, e lui è voluto morire al posto di Ercole…”

Un altro brivido gelido percorre la tua schiena, che non riesce ad afferrare in pieno le conseguenze delle parole del bambino. La voce ti muore in gola, non riesci a dire niente, non sai se per la disperazione o perchè non ti è concesso. Riesci solo a pensare un nome: “Davide!”. Intanto il tuo alter-ego sanguinante riprende i sensi per qualche istante, il suo sguardo vaga, forse mette a fuoco il bambino per un attimo. Poi emette un rantolo, crollando nuovamente privo di sensi sul cofano della vettura davanti a te.

“Però io voglio il mio papaaaaà! Bwaaaaaaaaaaa.” Il bimbo cede del tutto al pianto ed al terrore, il volto trasfigurato dalla paura del vuoto che gli si prospetta davanti, quella sensazione di protezione, quell’esempio da seguire che sta perdendo, quei giochi con cui stava scoprendo il mondo. “BWAAAA Voglio il mio papaaaaaaaaaà, voglio il mio papaaaaaaaaaà.” La sirena straziante scaturisce dalla sua gola spalancata, mentre istintivamente batte impotente i piedi per terra per tentare di sfogare la sua disperazione.

La Morte, impassibile, volge il suo sguardo al cane. “Stat bene tibi?” Ercole solleva la testa per qualche istante, quasi rispondendo con un cenno del capo e poi si accascia guaendo. “La scelta est compiuta. Tu, piccola bestia, vieni meco.” Il cane si alza e si affianca al suo nuovo padrone, mentre allo stesso tempo il suo simulacro vuoto giace sull’asfalto ormai privo di respiro.

E tu, uomo” indicando il te moribondo con la sua mano ossuta “tu vivrai. Ringrazia lo cane et lo fanciullo.

 

La confessione del cuoco del diavolo

Alcuni personaggi nascono da un’ispirazione esterna, altri invece scaturiscono dal nulla. Circa un mesetto fa, come spesso mi capita, mi ero addormentato sul divano nel tentativo di guardare un film dopo una giornata di lavoro. A notte fonda mi sono poi svegliato per trascinarmi a letto. Ma mi ero accorto che tutt’a un tratto non ero solo: l’idea di un personaggio era rimasta fuori dai miei sogni. Non lo avevo sognato, ma mi era saltato in testa nero, angosciante, tremendamente denso di male. Fui in dubbio se sopprimerlo con un colpo di pigrizia, infilandomi sotto le coperte alla ricerca del sonno interrotto, o dargli una chance, appuntandomi qualcosa. Così ho scelto la seconda opzione: due righe su una email mandata a me stesso via smartphone. E lui ha ringraziato lasciandomi al posto del sonno una sinistra inquietudine.

Il brano che vi propongo di seguito nasce da uno stato d’animo, e presenta uno di quei personaggi che hanno avuto la forza di varcare il confine del loro “mattino“, guadagnandosi il diritto di essere raccontati e di non svanire al risveglio.

Nella mia narrazione ha il volto di un noto attore francese.

Dominic Merisier

“Cosa vuole che le dica, Tenente. Vuole che le racconti il mio lavoro?”. L’uomo parlava a tono basso e suadente, come se non fosse lui la parte sotto esame. Indossava ancora la divisa da chef con cui era stato prelevato dalla polizia qualche ora prima, nella cucina di quella grande villa nei sobborghi di Londra. Il detective che lo scrutava minaccioso sembrava piuttosto metterlo in una situazione fra l’annoiato ed il vagamente divertito.

“Allora facciamo un patto, Tenente. Lei mi toglie queste manette dai polsi, mi fa fumare una sigaretta, ed io le racconto tutto quello che vuole sentire.” Il detective al di là del tavolo da interrogatorio aggrottò le sopracciglia e si scambiò un’occhiata interrogativa col collega vicino alla porta.

Veramente quell’uomo stava rinunciando alla sua difesa per una sigaretta? Senza neanche la presenza di un legale? Certo, una confessione avrebbe reso tutto più facile, ma solitamente un interrogato negozia la sua collaborazione in cambio di qualche tutela. E l’uomo davanti a lui tutto sembrava meno che uno sprovveduto.

“Avanti…di cosa ha paura. Non la mangio mica, sa?” aggiunse lo chef con un sorriso tra l’innocente ed il diabolico, mentre porgeva i polsi. Il Tenente seduto lo fulminò con lo sguardo, ma l’interrogato non mutò espressione. Poi fece un cenno al suo collega, il quale si staccò dal muro accanto al falso specchio, liberò i polsi dell’interrogato dalle manette e gli porse un pacchetto. Un attimo dopo la sigaretta cadde dalle labbra dell’uomo per lo schiaffo ricevuto sulla nuca.

“Evitiamo le brutte battute, altrimenti poi ci devi raccontare tutto a gesti.” Lo redarguì il poliziotto.

L’uomo non si scompose, raccolse la sigaretta come se fosse caduta da sola e, con nonchalance, si fece offrire la fiamma dalla mano che lo aveva appena colpito.

“Dunque?” chiese il detective al tavolo.

Per tutta risposta l’uomo aspirò dalla sigaretta ad occhi semichiusi, poi reclinò la testa ed espirò lentamente verso l’alto. Il fumo tracciò le sue volute, per poi allargarsi in una nube grigia e persistente sopra la sua testa.

“Mi faccia le domande giuste, Tenente, ma si ricordi che il tempo scorre” rispose con un sorriso sarcastico, massaggiandosi i polsi appena liberati.

“Va bene. Cominciamo dall’inizio. Dominic Merisier. Nato a Le Mans nel 1978. Professione: … cuoco.”

“Chef” puntualizzò l’interrogato con tono infastidito. Il Tenente lanciò un’occhiata tagliente al suo interlocutore, ma ancora una volta si infranse sulla sua bolla di intangibilità. In dieci anni di questo mestiere, aveva imparato a condurre gli interrogatori con fredda lucidità, facendo capitolare carogne di ogni risma sotto il fuoco delle sue domande, spesso giocando di sponda con i ruvidi metodi del suo collega. Ma quest’uomo lo metteva a disagio, faceva ribollire qualcosa nel suo profondo, che minava il suo autocontrollo, forse per le terribili accuse contro di lui. Così fece un respiro, ma prima che potesse aprire bocca, lo Chef prese la parola.

“Vede Tenente, io faccio extreme haute cuisine. Preparo piatti unici per clienti estremamente facoltosi ed eccentrici. Possiamo dire che cucino per gli déi.” I due detective lo ascoltavano perplessi. “Deve sapere che al mondo esiste una cerchia ristretta di persone che non vivono come noi. Una sessantina delle loro famiglie detengono da soli il cinquanta per cento delle ricchezze mondiali. Hanno accesso ai beni più lussuosi, alle cure migliori, ai club più esclusivi, ai servizi più inaccessibili. Cose che lei non può nemmeno immaginare.”

Il detective come risposta alzò un sopracciglio, come per fare intendere che non era affatto impressionato.

L’interrogato proseguì a parlare attingendo parole alla sua fonte di nicotina: “Questi signori si ritrovano periodicamente per parlare di affari. Si incontrano nei luoghi più disparati della Terra. Ed ogni summit diventa un’occasione per l’ospitante di turno per ostentare il suo potere nei confronti dei suoi pari. In queste occasioni, i fortunati invitati possono ammirare moderni gladiatori che si sfidano in scontri all’ultimo sangue con le armi più esotiche. Ibride chimere create per eccentriche feste. Esseri mitologici creati geneticamente o chirurgicamente. Lei ha mai visto un centauro, Tenente? E non intendo un motociclista.”

“Un… centauro?” I due detective si scambiarono un’occhiata dubbiosa.

“Sì un centauro. Essere della mitologia classica: torso di uomo, ma cavallo dalla vita in giù.”

“Ci devi scusare, noi siamo solo due poliziotti” lo schernì il detective che lo aveva percosso precedentemente “Non abbiamo conoscenze così… altolocate. Incontriamo per lo più feccia: gente con facce mezze bruciate, matti usciti da un mazzo di carte, pinguini, enigmisti, donne-gatto, ma mezzi cavalli no, non ci è mai capitato.”

L’altro poliziotto soffocò a fatica l’impulso di scoppiare a ridere. Il sarcasmo del detective suo collega era una nota distintiva, sviluppato in ben venticinque anni di servizio a contatto con ogni tipo di delinquente. Era evidente che quest’uomo desse fastidio anche a lui, ma esperienza e umorismo al vetriolo gli permettevano di gestire al meglio la situazione. Lo Chef scosse la testa e inspirò una dose di pazienza mista a nicotina. Poi continuò a rivolgersi al suo interlocutore al tavolo, palesemente ignorando l’altro detective. “Capisco che non è facile. Prima di entrare in contatto con questo “supermondo”, neanche io pensavo che potesse esistere una simile disparità tra le persone. Vede, questa è gente che, se volesse spostare Birmingham per costruirci un campo da golf, od organizzare un un safari africano in centro a Glasgow, avrebbe i mezzi per farlo.”- la sigaretta giunse a metà. “Gli déi esistono, Tenente. Sono persone come me e lei, ma con così tanto potere da essere al di sopra della legge. La legge è per gli uomini come lei ed il suo collega, Tenente, e forse in parte come me. Ma loro sono troppo in alto anche per qualsiasi giudice o procuratore.”

“Eh già, perchè tu ormai sei unto di santità, – sbottò il poliziotto più burbero – e niente ti può toccare, no? Cosa sei, una specie di semidio armato di Mestolo del Tuono?”

Dominic, avvolto dalle volute del fumo, rispose con un’espressione di rassegnazione, aggiungendo un altro grigio respiro alla stanza.

“Non esageriamo, adesso. Io sono solo nelle grazie di queste persone. Sono prezioso per loro perchè sono l’unico che risponde ad una richiesta ben precisa di cibi proibiti ai più. Creo i piatti più estremi, ingredienti impensabili: piante sconosciute del cuore dell’amazzonia o del borneo, carni esotiche di ogni tipo, animali protetti, ma non solo. Sapevate che l’ultimo esemplare di delfino di Baiji River fu servito nel 2006 ad uno di questi eventi? Una volta al summit di Bangkok io stesso ho portato in tavola un rollé di mare su di un letto di regolite lunare, che in piccole dosi si abbina divinamente col distillato di veleno di Mamba. I miei clienti hanno apprezzato molto l’originalità.”

“E nessuno dei tuoi déi ci è mai rimasto secco, con questa robaccia?” lo interruppe il poliziotto al suo fianco, che era tornato ad appoggiarsi alla parete.

“Che domande! Ci sono gli assaggiatori apposta!” rispose lo chef allargando le braccia per il disappunto. “Con quello che vengono pagati possono anche prendersi qualche rischio, no?”. I due poliziotti rimasero interdetti.

“Come vi stavo dicendo, i miei clienti sono sempre alla ricerca dei modi più estremi e stravaganti per esaltare la loro superiorità, il loro potere, il loro giacere sui troni del mondo. L’unica cosa che non gradiscono è la pubblicità. Ed è per questo che non vi farò alcun nome. Vedete, la loro cerchia è basata su equilibri estremamente fragili. Se qualcuno di loro tentasse di prendere il sopravvento sugli altri, scatenerebbe un conflitto dai risultati imprevedibili. E ne andrebbe di mezzo il mondo intero. Un tempo le distanze erano grandi e quando gli déi entravano in conflitto, si scatenavano guerre per il potere. Ma oggi il mondo è piccolo ed interconnesso. Ne loro Olimpo si conoscono tutti, e così hanno reputato che sia più facile accordarsi e spartirsi l’immenso potere che hanno, piuttosto che distruggersi in conflitti interni. Per cui, uno scandalo troppo eccessivo danneggerebbe qualcuno di loro più di qualcun altro, e minerebbe questo equilibrio.”

“E allora tu perchè ci racconti tutto questo?” La domanda del detective al tavolo risultà particolarmente divertente per l’interrogato, tanto da coprirsi gli occhi mentre rideva.

“Ma perchè credete che possiate anche minimamente danneggiarli? Signori miei, state peccando di grossa ingenuità! Ma è ovvio! I mezzi di informazione sono già nelle loro mani! Ciò che vi racconto è troppo piccolo, insignificante, per creare un vero squilibrio. La cosa passerebbe come un episodio troppo assurdo per essere vero. Le indagini si insabbierebbero.”

I due detective sapevano che, quando in un’indagine si toccano certi poteri, alcune forze cominciano a lavorare contro. Ma più volte si erano trovati a indagare su persone potenti della città –politici, imprenditori. Ed alla fine, con metodo e perseveranza e le conoscenze di certi “duri e puri” della stampa e della procura, la verità si era il più delle volte fatta strada. Probabilmente perchè ogni potente ha un nemico che vorrebbe fargli le scarpe. Comunque andasse, i due detective sapevano che valeva la pena di provare. Già solo per giustizia verso quella povera ragazza. Nel frattempo, il francese osservava attraverso la combustione l’incedere del tempo. Aveva un appuntamento importante e non poteva permettersi di tardare. Qualcuno si sarebbe risentito.

“Bene, allora, dato che sei così sicuro che è tutto inutile, possiamo anche continuare la nostra chiacchierata, non trovi?” disse il detective al tavolo fingendo di rilassarsi sulla sua sedia. “Che ci dici di Concita Muño?”

 Il fumo uscì dalla sua bocca dello chef come se provenisse direttamente dalla sua anima. Strati di polveri grigie serpeggiavano orizzontalmente in ogni angolo della stanza. “E’ così che si chiamava quella poveretta?”

“Quando abbiamo fatto irruzione nella villa, stavi cucinando il fegato di quella poveretta!” Il tenente scattò in avanti dalla sedia. Il collega cominciò ad osservare le nocche del suo pugno destro, immaginando quali usi ne avrebbe potuto fare sul viso del cuoco. “La fai a pezzi, la cucini come se fosse un pezzo di manzo e poi la chiami poveretta?!?” L’interrogato non si scompose, cercò le parole giuste in quel quarto di sigaretta, e quando le trovò rispose allo sguardo inquisitore del poliziotto.

“E’ mai stato in un allevamento, Tenente? Ha mai visto un agnello o un coniglio o un giovane bovino? Fanno tenerezza, non trova? Prova compassione se pensa che fine farà, giusto? Eppure questo non le impedisce di farsi un hamburger al pub, magari con un contorno di patatine ed una bella birra scura. Prova compassione per la bestiola, ma allo stesso tempo gode dei sapori di quella carne mischiata a ketchup, pane e formaggio. Quindi dissocia la sua coscienza dalla sua necessità di nutrirsi ed il suo desiderio di mangiarsi un hamburger. È un dilemma molto interessante. Sa, per un periodo della mia vita sono stato anche vegano. Più per curiosità culinaria, ma anche per questioni “etiche”. Rifiutavo quel che veniva fatto agli animali per nutrire l’essere umano, e questo scrupolo morale mi limitava un po’ nell’esercizio della mia arte. Poi però mi sono chiesto se anche i vegetali soffrissero a loro volta. Non come lo intendiamo noi, ma comunque non credo che, in quanto creature viventi, gradiscano esser cucinate, tagliate, estirpate, mangiate. Non credo che gradiscano la morte. Allora ho realizzato. Ho compreso come la sopravvivenza di una creatura passi per la morte di un’altra. Affinchè un essere vivente possa nutrirsi un altro deve sacrificarsi. E questo la natura lo mette in conto. Anzi, lo applica come normale. E come artista, ho capito che dovevo esaltare e rendere omaggio con la mia arte a questo spietato meccanismo naturale.”

“Ma che diamine! Quindi ci stai dicendo che per te maciullare una vacca, un coniglio o una persona è la stessa cosa!?!”

“Sotto i suoi vestiti – lo chef indicò il detective col mozzicone -, sotto i miei, quelli del suo collega, ci sono le solite cose: sangue, muscoli, ossa, proteine, grassi, amminoacidi. Vediamo gli altri animali dall’alto al basso perchè ci sentiamo superiori, senza renderci conto quanto in verità siamo simili. Perchè ci stupiamo se gli déi commettono lo stesso atto di presunzione nei nostr confronti?”

“E questo ti lava la coscienza nell’organizzare i tuoi banchetti cannibali?!?”

“Ehi! io cucino, mica mangio le persone.” Si difese il francese, a metà tra il divertito e l’indignato. L’aria nella stanza era ormai difficilmente respirabile . Spire impalpabili sembravano diramarsi dal fumatore al centro come i serpenti dalla testa della Gorgone, protendersi fino ai quattro angoli er poi tornare indietro, come per ghermire i due detective. “Provo compassione per chi si è sacrificato, ma il mio ruolo arriva dopo. Una carcassa è una carcassa, con niente più di vivo. La poverina sarebbe morta comunque, ormail la suasorte era segnata, e magari messa in forno da qualche dilettate maniaco da strapazzo. Io invece dò un’utima occasione di gloria a quel corpo. Esalto il suo sacrificio sull’altare della natura. Ed evito uno spreco. La verità è che il Male esiste, Tenente. È intrinseco in ogni essere umano. È un lato di noi con cui dobbiamo fare i conti. Io me ne sono fatto una ragione. L’ho accettato. E lui mi permette di esprimere la mia arte. Solo di questo mi importa.”

“Vedrai che presto avrai ben altre preoccupazioni” lo ammonì il detective più giovane.

“Oh sì!” rincarò la dose il collega più anziano “dividere il tuo spazio con gli altri detenuti, raccogliere le saponette nelle docce, gustare l’originalità della sbobba dei penitenziari britannici… com’è la formula? Ah già:.. at Her Majesty’s pleasure”.

Dominic Merisier aspirò gli ultimi brandelli d’anima dal mozzicone di sigaretta, poi accennò un sorriso e con un gesto lento spense il filtro direttamente sul tavolo d’acciaio. Nello stesso istante la porta della saletta si spalancò d’improvviso, creando vortici tra le volute di fumo, e ne entrò un uomo distintamente vestito, dal fare freddo e risoluto, accompagnato da un agente. I due detective rimasero spiazzati. “Avvocato Wilson Morrisey. Il signor Merisier è sotto la mia tutela legale. Il mio cliente adesso viene via con me, mentre voi sarete denunciati per abuso di potere nei suoi confronti.”

I due detective accennarono qualche vana protesta, ma la fama dello studio Morrisey&Trenton aveva già smorzato in loro ogni speranza. Così lo chef firmò i moduli all’agente e si alzò dalla sedia. “Tempo scaduto, Tenente. Mi ha fatto piacere intrattenermi in questa nostra conversazione, ma ora devo proprio andare, devo aver lasciato il forno acceso.” Poi, uscendo si fermò sulla porta della stanza e rincarò la dose: “Ah, quasi dimenticavo: qualora aveste una serata libera, tra un’indagine e l’altra, fatemelo sapere: magari vi invito a cena … A bien tot.”

Dominic respirò a pieni polmoni l’aria delle cinque del pomeriggio. Doveva aver piovuto per ore, durante la sua permanenza nel quartier generale di Scotland Yard, ma adesso il sole prossimo al tramonto stava scaldando l’aria umida della città. L’avvocato fece un cenno verso una Bentley che li attendeva poco più avanti. L’autista aprì la portiera posteriore mentre l’avvocato si consultò con un passeggero dentro la vettura e si congedò, avviandosi verso la fermata della metro. Su invito dello chaffeur, Dominic prese posto a fianco del passeggero, salutandolo con un altisonante “Milord…”.

“Ha gradito la compagnia degli investigatori di Sua Maestà, Monseur Merisier?” rispose il Lord con uno spiccato accento britannico, mentre la macchina abbandonava il bordo del marciapiede.

“Piuttosto fastidiosi, direi, Milord. Mi hanno distolto dal mio lavoro, facendomi perdere un’intera giornata.” “Una vera seccatura. Proprio per risparmiare tempo ho preferito venirla a prendere di persona. C’è stato un cambio di programma per stasera. Sono atteso a Buckingham Palace e con l’occasione voglio presentarvi a Sua Maestà la Regina.”

Lo chef sorrise divertito “Anything for Her Majesty’s pleasure, Milord.”