La confessione del cuoco del diavolo

Alcuni personaggi nascono da un’ispirazione esterna, altri invece scaturiscono dal nulla. Circa un mesetto fa, come spesso mi capita, mi ero addormentato sul divano nel tentativo di guardare un film dopo una giornata di lavoro. A notte fonda mi sono poi svegliato per trascinarmi a letto. Ma mi ero accorto che tutt’a un tratto non ero solo: l’idea di un personaggio era rimasta fuori dai miei sogni. Non lo avevo sognato, ma mi era saltato in testa nero, angosciante, tremendamente denso di male. Fui in dubbio se sopprimerlo con un colpo di pigrizia, infilandomi sotto le coperte alla ricerca del sonno interrotto, o dargli una chance, appuntandomi qualcosa. Così ho scelto la seconda opzione: due righe su una email mandata a me stesso via smartphone. E lui ha ringraziato lasciandomi al posto del sonno una sinistra inquietudine.

Il brano che vi propongo di seguito nasce da uno stato d’animo, e presenta uno di quei personaggi che hanno avuto la forza di varcare il confine del loro “mattino“, guadagnandosi il diritto di essere raccontati e di non svanire al risveglio.

Nella mia narrazione ha il volto di un noto attore francese.

Dominic Merisier

“Cosa vuole che le dica, Tenente. Vuole che le racconti il mio lavoro?”. L’uomo parlava a tono basso e suadente, come se non fosse lui la parte sotto esame. Indossava ancora la divisa da chef con cui era stato prelevato dalla polizia qualche ora prima, nella cucina di quella grande villa nei sobborghi di Londra. Il detective che lo scrutava minaccioso sembrava piuttosto metterlo in una situazione fra l’annoiato ed il vagamente divertito.

“Allora facciamo un patto, Tenente. Lei mi toglie queste manette dai polsi, mi fa fumare una sigaretta, ed io le racconto tutto quello che vuole sentire.” Il detective al di là del tavolo da interrogatorio aggrottò le sopracciglia e si scambiò un’occhiata interrogativa col collega vicino alla porta.

Veramente quell’uomo stava rinunciando alla sua difesa per una sigaretta? Senza neanche la presenza di un legale? Certo, una confessione avrebbe reso tutto più facile, ma solitamente un interrogato negozia la sua collaborazione in cambio di qualche tutela. E l’uomo davanti a lui tutto sembrava meno che uno sprovveduto.

“Avanti…di cosa ha paura. Non la mangio mica, sa?” aggiunse lo chef con un sorriso tra l’innocente ed il diabolico, mentre porgeva i polsi. Il Tenente seduto lo fulminò con lo sguardo, ma l’interrogato non mutò espressione. Poi fece un cenno al suo collega, il quale si staccò dal muro accanto al falso specchio, liberò i polsi dell’interrogato dalle manette e gli porse un pacchetto. Un attimo dopo la sigaretta cadde dalle labbra dell’uomo per lo schiaffo ricevuto sulla nuca.

“Evitiamo le brutte battute, altrimenti poi ci devi raccontare tutto a gesti.” Lo redarguì il poliziotto.

L’uomo non si scompose, raccolse la sigaretta come se fosse caduta da sola e, con nonchalance, si fece offrire la fiamma dalla mano che lo aveva appena colpito.

“Dunque?” chiese il detective al tavolo.

Per tutta risposta l’uomo aspirò dalla sigaretta ad occhi semichiusi, poi reclinò la testa ed espirò lentamente verso l’alto. Il fumo tracciò le sue volute, per poi allargarsi in una nube grigia e persistente sopra la sua testa.

“Mi faccia le domande giuste, Tenente, ma si ricordi che il tempo scorre” rispose con un sorriso sarcastico, massaggiandosi i polsi appena liberati.

“Va bene. Cominciamo dall’inizio. Dominic Merisier. Nato a Le Mans nel 1978. Professione: … cuoco.”

“Chef” puntualizzò l’interrogato con tono infastidito. Il Tenente lanciò un’occhiata tagliente al suo interlocutore, ma ancora una volta si infranse sulla sua bolla di intangibilità. In dieci anni di questo mestiere, aveva imparato a condurre gli interrogatori con fredda lucidità, facendo capitolare carogne di ogni risma sotto il fuoco delle sue domande, spesso giocando di sponda con i ruvidi metodi del suo collega. Ma quest’uomo lo metteva a disagio, faceva ribollire qualcosa nel suo profondo, che minava il suo autocontrollo, forse per le terribili accuse contro di lui. Così fece un respiro, ma prima che potesse aprire bocca, lo Chef prese la parola.

“Vede Tenente, io faccio extreme haute cuisine. Preparo piatti unici per clienti estremamente facoltosi ed eccentrici. Possiamo dire che cucino per gli déi.” I due detective lo ascoltavano perplessi. “Deve sapere che al mondo esiste una cerchia ristretta di persone che non vivono come noi. Una sessantina delle loro famiglie detengono da soli il cinquanta per cento delle ricchezze mondiali. Hanno accesso ai beni più lussuosi, alle cure migliori, ai club più esclusivi, ai servizi più inaccessibili. Cose che lei non può nemmeno immaginare.”

Il detective come risposta alzò un sopracciglio, come per fare intendere che non era affatto impressionato.

L’interrogato proseguì a parlare attingendo parole alla sua fonte di nicotina: “Questi signori si ritrovano periodicamente per parlare di affari. Si incontrano nei luoghi più disparati della Terra. Ed ogni summit diventa un’occasione per l’ospitante di turno per ostentare il suo potere nei confronti dei suoi pari. In queste occasioni, i fortunati invitati possono ammirare moderni gladiatori che si sfidano in scontri all’ultimo sangue con le armi più esotiche. Ibride chimere create per eccentriche feste. Esseri mitologici creati geneticamente o chirurgicamente. Lei ha mai visto un centauro, Tenente? E non intendo un motociclista.”

“Un… centauro?” I due detective si scambiarono un’occhiata dubbiosa.

“Sì un centauro. Essere della mitologia classica: torso di uomo, ma cavallo dalla vita in giù.”

“Ci devi scusare, noi siamo solo due poliziotti” lo schernì il detective che lo aveva percosso precedentemente “Non abbiamo conoscenze così… altolocate. Incontriamo per lo più feccia: gente con facce mezze bruciate, matti usciti da un mazzo di carte, pinguini, enigmisti, donne-gatto, ma mezzi cavalli no, non ci è mai capitato.”

L’altro poliziotto soffocò a fatica l’impulso di scoppiare a ridere. Il sarcasmo del detective suo collega era una nota distintiva, sviluppato in ben venticinque anni di servizio a contatto con ogni tipo di delinquente. Era evidente che quest’uomo desse fastidio anche a lui, ma esperienza e umorismo al vetriolo gli permettevano di gestire al meglio la situazione. Lo Chef scosse la testa e inspirò una dose di pazienza mista a nicotina. Poi continuò a rivolgersi al suo interlocutore al tavolo, palesemente ignorando l’altro detective. “Capisco che non è facile. Prima di entrare in contatto con questo “supermondo”, neanche io pensavo che potesse esistere una simile disparità tra le persone. Vede, questa è gente che, se volesse spostare Birmingham per costruirci un campo da golf, od organizzare un un safari africano in centro a Glasgow, avrebbe i mezzi per farlo.”- la sigaretta giunse a metà. “Gli déi esistono, Tenente. Sono persone come me e lei, ma con così tanto potere da essere al di sopra della legge. La legge è per gli uomini come lei ed il suo collega, Tenente, e forse in parte come me. Ma loro sono troppo in alto anche per qualsiasi giudice o procuratore.”

“Eh già, perchè tu ormai sei unto di santità, – sbottò il poliziotto più burbero – e niente ti può toccare, no? Cosa sei, una specie di semidio armato di Mestolo del Tuono?”

Dominic, avvolto dalle volute del fumo, rispose con un’espressione di rassegnazione, aggiungendo un altro grigio respiro alla stanza.

“Non esageriamo, adesso. Io sono solo nelle grazie di queste persone. Sono prezioso per loro perchè sono l’unico che risponde ad una richiesta ben precisa di cibi proibiti ai più. Creo i piatti più estremi, ingredienti impensabili: piante sconosciute del cuore dell’amazzonia o del borneo, carni esotiche di ogni tipo, animali protetti, ma non solo. Sapevate che l’ultimo esemplare di delfino di Baiji River fu servito nel 2006 ad uno di questi eventi? Una volta al summit di Bangkok io stesso ho portato in tavola un rollé di mare su di un letto di regolite lunare, che in piccole dosi si abbina divinamente col distillato di veleno di Mamba. I miei clienti hanno apprezzato molto l’originalità.”

“E nessuno dei tuoi déi ci è mai rimasto secco, con questa robaccia?” lo interruppe il poliziotto al suo fianco, che era tornato ad appoggiarsi alla parete.

“Che domande! Ci sono gli assaggiatori apposta!” rispose lo chef allargando le braccia per il disappunto. “Con quello che vengono pagati possono anche prendersi qualche rischio, no?”. I due poliziotti rimasero interdetti.

“Come vi stavo dicendo, i miei clienti sono sempre alla ricerca dei modi più estremi e stravaganti per esaltare la loro superiorità, il loro potere, il loro giacere sui troni del mondo. L’unica cosa che non gradiscono è la pubblicità. Ed è per questo che non vi farò alcun nome. Vedete, la loro cerchia è basata su equilibri estremamente fragili. Se qualcuno di loro tentasse di prendere il sopravvento sugli altri, scatenerebbe un conflitto dai risultati imprevedibili. E ne andrebbe di mezzo il mondo intero. Un tempo le distanze erano grandi e quando gli déi entravano in conflitto, si scatenavano guerre per il potere. Ma oggi il mondo è piccolo ed interconnesso. Ne loro Olimpo si conoscono tutti, e così hanno reputato che sia più facile accordarsi e spartirsi l’immenso potere che hanno, piuttosto che distruggersi in conflitti interni. Per cui, uno scandalo troppo eccessivo danneggerebbe qualcuno di loro più di qualcun altro, e minerebbe questo equilibrio.”

“E allora tu perchè ci racconti tutto questo?” La domanda del detective al tavolo risultà particolarmente divertente per l’interrogato, tanto da coprirsi gli occhi mentre rideva.

“Ma perchè credete che possiate anche minimamente danneggiarli? Signori miei, state peccando di grossa ingenuità! Ma è ovvio! I mezzi di informazione sono già nelle loro mani! Ciò che vi racconto è troppo piccolo, insignificante, per creare un vero squilibrio. La cosa passerebbe come un episodio troppo assurdo per essere vero. Le indagini si insabbierebbero.”

I due detective sapevano che, quando in un’indagine si toccano certi poteri, alcune forze cominciano a lavorare contro. Ma più volte si erano trovati a indagare su persone potenti della città –politici, imprenditori. Ed alla fine, con metodo e perseveranza e le conoscenze di certi “duri e puri” della stampa e della procura, la verità si era il più delle volte fatta strada. Probabilmente perchè ogni potente ha un nemico che vorrebbe fargli le scarpe. Comunque andasse, i due detective sapevano che valeva la pena di provare. Già solo per giustizia verso quella povera ragazza. Nel frattempo, il francese osservava attraverso la combustione l’incedere del tempo. Aveva un appuntamento importante e non poteva permettersi di tardare. Qualcuno si sarebbe risentito.

“Bene, allora, dato che sei così sicuro che è tutto inutile, possiamo anche continuare la nostra chiacchierata, non trovi?” disse il detective al tavolo fingendo di rilassarsi sulla sua sedia. “Che ci dici di Concita Muño?”

 Il fumo uscì dalla sua bocca dello chef come se provenisse direttamente dalla sua anima. Strati di polveri grigie serpeggiavano orizzontalmente in ogni angolo della stanza. “E’ così che si chiamava quella poveretta?”

“Quando abbiamo fatto irruzione nella villa, stavi cucinando il fegato di quella poveretta!” Il tenente scattò in avanti dalla sedia. Il collega cominciò ad osservare le nocche del suo pugno destro, immaginando quali usi ne avrebbe potuto fare sul viso del cuoco. “La fai a pezzi, la cucini come se fosse un pezzo di manzo e poi la chiami poveretta?!?” L’interrogato non si scompose, cercò le parole giuste in quel quarto di sigaretta, e quando le trovò rispose allo sguardo inquisitore del poliziotto.

“E’ mai stato in un allevamento, Tenente? Ha mai visto un agnello o un coniglio o un giovane bovino? Fanno tenerezza, non trova? Prova compassione se pensa che fine farà, giusto? Eppure questo non le impedisce di farsi un hamburger al pub, magari con un contorno di patatine ed una bella birra scura. Prova compassione per la bestiola, ma allo stesso tempo gode dei sapori di quella carne mischiata a ketchup, pane e formaggio. Quindi dissocia la sua coscienza dalla sua necessità di nutrirsi ed il suo desiderio di mangiarsi un hamburger. È un dilemma molto interessante. Sa, per un periodo della mia vita sono stato anche vegano. Più per curiosità culinaria, ma anche per questioni “etiche”. Rifiutavo quel che veniva fatto agli animali per nutrire l’essere umano, e questo scrupolo morale mi limitava un po’ nell’esercizio della mia arte. Poi però mi sono chiesto se anche i vegetali soffrissero a loro volta. Non come lo intendiamo noi, ma comunque non credo che, in quanto creature viventi, gradiscano esser cucinate, tagliate, estirpate, mangiate. Non credo che gradiscano la morte. Allora ho realizzato. Ho compreso come la sopravvivenza di una creatura passi per la morte di un’altra. Affinchè un essere vivente possa nutrirsi un altro deve sacrificarsi. E questo la natura lo mette in conto. Anzi, lo applica come normale. E come artista, ho capito che dovevo esaltare e rendere omaggio con la mia arte a questo spietato meccanismo naturale.”

“Ma che diamine! Quindi ci stai dicendo che per te maciullare una vacca, un coniglio o una persona è la stessa cosa!?!”

“Sotto i suoi vestiti – lo chef indicò il detective col mozzicone -, sotto i miei, quelli del suo collega, ci sono le solite cose: sangue, muscoli, ossa, proteine, grassi, amminoacidi. Vediamo gli altri animali dall’alto al basso perchè ci sentiamo superiori, senza renderci conto quanto in verità siamo simili. Perchè ci stupiamo se gli déi commettono lo stesso atto di presunzione nei nostr confronti?”

“E questo ti lava la coscienza nell’organizzare i tuoi banchetti cannibali?!?”

“Ehi! io cucino, mica mangio le persone.” Si difese il francese, a metà tra il divertito e l’indignato. L’aria nella stanza era ormai difficilmente respirabile . Spire impalpabili sembravano diramarsi dal fumatore al centro come i serpenti dalla testa della Gorgone, protendersi fino ai quattro angoli er poi tornare indietro, come per ghermire i due detective. “Provo compassione per chi si è sacrificato, ma il mio ruolo arriva dopo. Una carcassa è una carcassa, con niente più di vivo. La poverina sarebbe morta comunque, ormail la suasorte era segnata, e magari messa in forno da qualche dilettate maniaco da strapazzo. Io invece dò un’utima occasione di gloria a quel corpo. Esalto il suo sacrificio sull’altare della natura. Ed evito uno spreco. La verità è che il Male esiste, Tenente. È intrinseco in ogni essere umano. È un lato di noi con cui dobbiamo fare i conti. Io me ne sono fatto una ragione. L’ho accettato. E lui mi permette di esprimere la mia arte. Solo di questo mi importa.”

“Vedrai che presto avrai ben altre preoccupazioni” lo ammonì il detective più giovane.

“Oh sì!” rincarò la dose il collega più anziano “dividere il tuo spazio con gli altri detenuti, raccogliere le saponette nelle docce, gustare l’originalità della sbobba dei penitenziari britannici… com’è la formula? Ah già:.. at Her Majesty’s pleasure”.

Dominic Merisier aspirò gli ultimi brandelli d’anima dal mozzicone di sigaretta, poi accennò un sorriso e con un gesto lento spense il filtro direttamente sul tavolo d’acciaio. Nello stesso istante la porta della saletta si spalancò d’improvviso, creando vortici tra le volute di fumo, e ne entrò un uomo distintamente vestito, dal fare freddo e risoluto, accompagnato da un agente. I due detective rimasero spiazzati. “Avvocato Wilson Morrisey. Il signor Merisier è sotto la mia tutela legale. Il mio cliente adesso viene via con me, mentre voi sarete denunciati per abuso di potere nei suoi confronti.”

I due detective accennarono qualche vana protesta, ma la fama dello studio Morrisey&Trenton aveva già smorzato in loro ogni speranza. Così lo chef firmò i moduli all’agente e si alzò dalla sedia. “Tempo scaduto, Tenente. Mi ha fatto piacere intrattenermi in questa nostra conversazione, ma ora devo proprio andare, devo aver lasciato il forno acceso.” Poi, uscendo si fermò sulla porta della stanza e rincarò la dose: “Ah, quasi dimenticavo: qualora aveste una serata libera, tra un’indagine e l’altra, fatemelo sapere: magari vi invito a cena … A bien tot.”

Dominic respirò a pieni polmoni l’aria delle cinque del pomeriggio. Doveva aver piovuto per ore, durante la sua permanenza nel quartier generale di Scotland Yard, ma adesso il sole prossimo al tramonto stava scaldando l’aria umida della città. L’avvocato fece un cenno verso una Bentley che li attendeva poco più avanti. L’autista aprì la portiera posteriore mentre l’avvocato si consultò con un passeggero dentro la vettura e si congedò, avviandosi verso la fermata della metro. Su invito dello chaffeur, Dominic prese posto a fianco del passeggero, salutandolo con un altisonante “Milord…”.

“Ha gradito la compagnia degli investigatori di Sua Maestà, Monseur Merisier?” rispose il Lord con uno spiccato accento britannico, mentre la macchina abbandonava il bordo del marciapiede.

“Piuttosto fastidiosi, direi, Milord. Mi hanno distolto dal mio lavoro, facendomi perdere un’intera giornata.” “Una vera seccatura. Proprio per risparmiare tempo ho preferito venirla a prendere di persona. C’è stato un cambio di programma per stasera. Sono atteso a Buckingham Palace e con l’occasione voglio presentarvi a Sua Maestà la Regina.”

Lo chef sorrise divertito “Anything for Her Majesty’s pleasure, Milord.”

 

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