Micromondo

Cominciamo l’anno con un piccolo racconto breve scritto in maniera estemporanea, perché chi scrive a capodanno scrive tutto l’anno!!!

Un famoso scultore diceva che le sculture sono già nei blocchi di marmo e che lui si limitava a liberarle, togliendo il di più.
Una cosa analoga succede scrivendo storie. A volte non è lo scrittore che crea, ma è un oggetto che ti detta cosa scrivere, che ti narra gli accadimenti. Tu ti limiti a tradurre il tutto in parole. Non sai mai qual è lo spunto che ti suggerirà la prossima storia. Per Ellen Wairetz fu un’immagine, altre volte è una situazione. Oggi questa storia me l’ha narrata un oggetto un po’ particolare:

 

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“E questa cos’è?” chiese Marco estraendo una sfera di vetro dal fondo dello scatolone.
“Non lo so, è di tuo fratello”, rispose noncurante la mamma. Marco la prese tra le mani e la osservò meglio alla luce. All’interno un rametto di alga giaceva immerso nell’acqua torbida. Un fondo di sassolini e conchigliette ondeggiò seguendo i movimenti delle mani del bambino. All’esterno una calamita col logo della NASA tratteneva la sua gemella all’interno aderente alla parete. Smuovendole Marco riuscì a pulire un po’ il vetro dalle incrostazioni interne.

“Luca, guarda cos’ho trovato!” disse correndo a far vedere lo strano oggetto al fratello maggiore. Anche Luca era intento a svuotare le scatole marcate con una L nella sua nuova stanza, ed inizialmente non considerò più di tanto il fratellino.

“E tu dove l’hai trovata quella?”

“Era nel mio scatolone, serve per vedere il futuro.”

Luca depose sulla libreria i volumi di biologia molecolare che aveva in mano e sorridendo si avvicinò al fratellino, chinandosi alla sua altezza.

“Quello che dici tu non esiste. Questa è tutta un’altra cosa.” Prese la sfera dalle mani di Marco e la guardò in controluce.

“Vedi, questa è una piccola biosfera.”

“E che cos’é?” chiese il bambino a metà tra l’incuriosito e il deluso.

“E’ un mini-mondo sottomarino. Qua dentro nuotavano dei piccolissimi gamberetti.”

“Allora è un acquario come quello della zia?”

“Quasi. Solo che questo è un sistema chiuso.”

Il piccolo Marco rispose con uno sguardo interrogativo.

“La zia deve dare da mangiare ai suoi pesci e deve cambiare l’acqua all’acquario di tanto in tanto. Invece questa sfera è sigillata, vedi? Niente può entrare e niente può uscire, a parte la luce.”

L’interesse di Marco era schizzato alle stelle “E allora cosa mangiano?”

“Alghe. Insieme ai gamberetti nell’acqua c’è una piccola alga invisibile. I gamberetti mangiano l’alga, l’alga mangia la cacca dei gamberetti e produce l’ossigeno per farli respirare. Sono due specie in equilibrio tra loro. Non gli serve altro per vivere. Solo la luce del sole.”

Marco aveva scrutato a fondo la sfera di vetro. “Però i gamberetti io non li vedo. Forse si sono nascosti.”

Luca sollevò le spalle e porse la sfera al fratello “Ho paura che la sfera sia rimasta troppo al buio. Ormai sono morti. E le alghe con loro, dopo che si sono mangiati i corpi dei gamberetti. Ormai è una sfera morta.”

Non Luca e neanche il piccolo Marco, né nessun altro poteva sapere che in quel micromondo, in quell’ecosistema chiuso popolato solo da due attori, vi fosse casualmente un intruso, ospite del breve tubo digerente del primo dei quattro gamberetti che era passato a miglior vita. Un invisibile filamento di dna racchiuso da una debole membrana, una macchina organica atavica in grado di mutare in maniera più o meno casuale. Un virus ormai mortale ed incontrollabile, particolarmente compatibile con gli organismi dell’uomo e degli altri primati.

Alle parole del fratello, la delusione si dipinse sul volto di Marco. “Quindi non funziona più.”

“Esatto. Per me la puoi buttare. É pure un regalo di Cinzia, per cui, guarda, se ti piace, te la regalo. Ci puoi fare quel che vuoi. La puoi mettere in camera tua” Facendo così Luca porse la sfera al fratellino. Le mani di Marco però non fecero presa e la sfera intraprese il suo breve viaggio verso il pavimento. Si lasciò alle spalle le mani che l’avrebbero dovuta aferrare saldamente, superò rapidamente l’ombelico, oltrepassò la cintura e in una frazione di secondo fu oltre le ginocchia. Fu all’altezza del suolo, quasi passate le caviglie, che il suo percorso incontrò la morbida scarpa di Marco. Così l’impatto col pavimento fu dolce ed il suo moto di caduta si tramutò in un rapido rotolare, fino ad urtare la “L” sul lato dello scatolone.

“E’ andata bene” disse Luca mentre ispezionava il vetro in cerca di fratture. “Abbine cura però, se la vuoi tenere.”

Marco prese la sfera saldamente nelle sue mani, scrutò incuriosito il piccolo mondo in essa contenuto ed il logo della NASA, e ringraziò il fratello: “grazie fratellone! La vado a mettere sulla mia libreria!” E corse in camera sua, portando l’oggetto come fosse un pallone da calcio.

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